“Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.” È un detto che ha accompagnato la mia vita nell’infanzia, quando ancora la saggezza popolare dei nonni descriveva giornate e persone. Questa frase mi ha insegnato presto quanto sia importante scegliere le proprie relazioni e quanto sia più facile avvicinarci a chi ci somiglia. Ci sono persone che ci fanno sentire immediatamente a casa e persone che ci provocano un invisibile effetto di allontanamento.
È una questione animica?
Come può qualcosa di invisibile toccare il mondo fisico?
Forse una risposta si nasconde nel nostro cervello, che sembra essere costruito proprio per incontrare l’altro. Non per osservarlo da lontano. Per risuonare con lui.
Se vado a un concerto, mi ritrovo inevitabilmente con altri che hanno deciso come me di spendere tempo e denaro per quello spettacolo.
Eppure possiamo assistere allo stesso concerto e uscirne trasformati in modi completamente diversi. All’ingresso dei violini nel Concerto per pianoforte n. 1 di Tchaikovsky mi commuovo profondamente e qualcosa tocca il mio cuore, mentre qualcuno in platea resta completamente indifferente. La stessa esperienza attraversa persone diverse e produce significati diversi. Dipende da quanto quell’espressione artistica incontra qualcosa che ho già dentro, il mio vissuto.
La risonanza non è una copia. È un incontro.
Non riflettiamo passivamente l’altro; lo interpretiamo attraverso la nostra storia.
Negli anni Novanta, a Parma, quasi per caso, un gruppo di ricercatori scoprì che certi neuroni nel cervello si attivavano anche quando osserviamo fare un’azione da qualcun altro.
Li chiamarono neuroni specchio e per la prima volta appariva meno netto il confine tra chi agisce e chi osserva. Tra sé e l’altro.
I neuroni specchio rappresentano una possibile spiegazione di quella strana capacità umana di entrare in risonanza con ciò che accade intorno a noi. Siamo organismi che si influenzano continuamente.
Le emozioni si propagano.
Perfino il coraggio, a volte, passa da una persona all’altra.
Ma non riflettiamo l’altro. Lo interpretiamo. Lo metabolizziamo con la nostra storia, le nostre memorie, le nostre esperienze. Per questo due persone possono assistere allo stesso concerto e uscirne profondamente trasformate in modi completamente diversi.

Foto: Instagram @ultimopeterpan
In questi giorni si è parlato molto del concerto di Ultimo a Tor Vergata. Centinaia di migliaia di persone hanno scelto di ritrovarsi nello stesso luogo per cantare le stesse parole. Qualcuno lo ha definito un record. Altri un fenomeno sociale.
Io, guardando quelle immagini, mi sono posta una domanda diversa.
Che cosa cercano davvero tutte quelle persone?
Perché nessuno affronta ore di viaggio, il caldo, la stanchezza e un mare di sconosciuti soltanto per ascoltare delle canzoni che potrebbe riprodurre da casa.
Forse cercano qualcosa che accade solo quando un’emozione smette di essere individuale e diventa condivisa.
Quel momento in cui migliaia di voci pronunciano la stessa frase e, per un istante, il confine tra “io” e “noi” sembra assottigliarsi.
Non perché improvvisamente diventiamo tutti uguali.
Ma perché, per qualche secondo, sentiamo di appartenere alla stessa storia.
Ed è forse proprio qui che la domanda iniziale torna a bussare.
Se i neuroni specchio ci aiutano a comprendere quanto siamo permeabili a ciò che ci circonda, se le emozioni attraversano continuamente le nostre relazioni, allora il vecchio proverbio dei miei amati nonni acquista un significato nuovo.
“Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.”
Non come un giudizio.
Come un invito alla consapevolezza.
Perché ogni persona che entra nella nostra vita lascia una traccia.
Ogni ambiente che frequentiamo alimenta qualcosa.
Ogni relazione ci modifica, anche quando non ce ne accorgiamo.
Forse non scegliamo soltanto le persone con cui trascorrere il nostro tempo.
Forse, scegliendo loro, stiamo scegliendo anche chi stiamo lentamente diventando.
