Esistono momenti in cui un’industria culturale racconta inconsapevolmente se stessa non attraverso le opere, ma attraverso il modo in cui sceglie di celebrarle.
Anche l’ultima edizione dei David di Donatello 2026 mi lascia una sensazione difficile da ignorare: quella di un cinema italiano sospeso tra eccellenza creativa e una crescente difficoltà nel rappresentarsi con la stessa autorevolezza che ancora oggi meriterebbe.
Ed è un paradosso singolare.
Perché dietro il cinema italiano continua ad esistere una trama preziosa di artigianato, visione estetica e professionalità che da decenni dialoga con le più grandi produzioni internazionali. Scenografi, costumisti, tecnici, compositori, maestranze che hanno contribuito a costruire l’immaginario cinematografico mondiale e che ancora oggi ne alimentano silenziosamente la qualità.
Eppure, osservando ieri sera la diretta televisiva dei David, quella stessa eleganza si dissolve dentro una narrazione caotica e frettolosa, spesso incapace di concedere il giusto spazio ai momenti, alle parole, persino ai silenzi.
La conduzione di Flavio Insinna diventa, in questo senso, il simbolo più evidente di questa difficoltà nel trovare un equilibrio. Non tanto per il suo esacerbato stile personale, costruito legittimamente in anni di televisione popolare, quanto per una continua incompatibilità con il tono che la serata richiede.
I David non hanno bisogno di trasformarsi in un varietà macchiettistico per risultare vivi.
Il cinema possiede già una propria forza narrativa, fatta anche di attesa, misura, atmosfera.
In più momenti della diretta era palpabile l’ansia di dover riempire immediatamente ogni spazio, quasi che ogni pausa rischiasse di trasformarsi in un problema di tempi televisivi. Gli interventi dei premiati erano attraversati dalla fretta, da continue sovrapposizioni o da quei pesanti “alleggerimenti” del conduttore che hanno finito, involontariamente, per disperdere il peso emotivo di alcuni momenti.
Quasi come se il silenzio, l’emozione o la semplice presenza delle persone in scena non fossero più ritenuti sufficienti a sostenere il racconto.
Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto alla conduzione.
Anche osservando la serata con uno sguardo legato alla costruzione televisiva e ai suoi equilibri narrativi, ciò che emerge è soprattutto l’affaticamento dell’intera architettura della diretta: tempi irregolari, cambi poco armonici, interventi compressi troppo velocemente, una regia che rincorre continuamente se stessa senza riuscire a trovare un vero respiro narrativo.
Ed è un peccato.

Ph. John Reuter
Anche personalità di enorme valore artistico finiscono per apparire compresse dentro una narrazione che non ha concesso loro il tempo e l’ascolto che avrebbero meritato. Maestri come Vittorio Storaro, ad esempio, con il quale nessuno sul palco è riuscito davvero a dialogare con competenza sul suo straordinario percorso artistico.
Eppure il varietà italiano, quando costruito con sensibilità e intelligenza registica, ha saputo raggiungere livelli altissimi di eleganza spettacolare. Esisteva una sapienza precisa nel dosare ritmo, leggerezza ed emozione senza svilire ciò che veniva rappresentato.
Oggi, invece, sembra prevalere la paura del vuoto.
Come se tutto dovesse continuamente produrre rumore, accelerazione, reazione immediata. Un linguaggio che appartiene profondamente al tempo dei social, ma che applicato al cinema rischia di impoverirne il respiro.
Eppure il cinema italiano non avrebbe bisogno di inseguire questa frenesia per apparire contemporaneo.
Forse avrebbe bisogno del contrario.
Di ritrovare fiducia nella propria identità.
Nella propria storia.
Nella propria capacità di stare in scena senza dover continuamente imitare i linguaggi più convulsi della televisione attuale.
Perché il punto, in fondo, non è stabilire se una conduzione sia stata riuscita oppure no. Il punto è comprendere quale messaggio passi attraverso il modo in cui scegliamo di raccontare culturalmente noi stessi.
E la sensazione, osservando questa edizione dei David, è che il cinema italiano continui a possedere una grandezza artistica e umana che troppo spesso il sistema incaricato di rappresentarlo finisca invece per ridurre, semplificare o disperdere nel rumore.