Racconta lo storico romano Valerio Massimo (vissuto nel I secolo a.C.) che il pittore Apelle avesse l’abitudine di esporre le proprie opere in pubblico e di nascondersi dietro di esse, per ascoltare senza filtri i giudizi dei passanti. Riteneva infatti che le critiche spontanee, anche le più umili, potessero essere più sincere di quelle ufficiali.
Un giorno un calzolaio notò un errore nella raffigurazione di un sandalo. Apelle riconobbe la fondatezza dell’osservazione e corresse il dipinto. Incoraggiato da quel successo, il giorno seguente lo stesso calzolaio si spinse però a criticare anche la gamba della figura.
Fu allora che Apelle intervenne, ammonendolo con parole destinate a diventare proverbiali:
«ne supra crepidam sutor iudicaret» , il calzolaio non giudichi oltre la scarpa.
Da questo episodio nasce uno dei motti più longevi della cultura occidentale: “Sutor, ne ultra crepidam!” un invito non al silenzio, ma alla consapevolezza dei limiti della propria competenza.